A un certo punto, quando il tabellone aveva già superato quota 130 e le gambe iniziavano a pesare come piombo, mi sono ritrovato a pensare: “Ok, questa non è più solo una partita, è un test di nervi”. A Indianapolis, il 23 ottobre 2025, Thunder e Pacers hanno trasformato una serata di regular season in un piccolo thriller, finito 141-135 per Oklahoma City dopo due supplementari.
Una notte da 141-135 (e due overtime da ricordare)
Il punteggio dice già tutto: ritmo alto, attacchi in fiducia, difese spesso costrette a scegliere tra il “contengo” e il “rischio”. I Thunder hanno chiuso con una vittoria pesantissima, salendo a 2-0, mentre i Pacers hanno incassato l’esordio stagionale con record 0-1, ma con la sensazione di essersela giocata fino all’ultima scintilla.
C’è un dettaglio che resta addosso: nei finali lunghi, quelli in cui ogni possesso diventa una moneta rara, non vince chi è perfetto. Vince chi sbaglia un filo meno, e chi sa punire l’errore altrui.
Il protagonista assoluto: Shai, versione “irriducibile”
Se cerchi la fotografia della partita, è un numero: 55. Shai Gilgeous-Alexander ha messo insieme 55 punti (record in carriera), con 8 rimbalzi e 5 assist. Non è solo una questione di volume, è il modo: pazienza, cambi di ritmo, entrate che sembrano uguali e invece arrivano sempre mezzo secondo prima della chiusura.
In una gara così, la sua presenza è stata come una bussola. Quando il caos cresceva, lui trovava il tiro “buono”, o almeno il tiro più sensato.
E sì, nel finale ha continuato a segnare fino a toccare quota 55, chiudendo i conti quando la partita sembrava voler scappare da ogni previsione.
Pacers: Mathurin accende il palazzetto
Dall’altra parte, Indiana ha avuto un faro: Bennedict Mathurin. Ha chiuso con 36 punti, 11 rimbalzi e 3 triple, e soprattutto con quella fame da “non mi importa chi ho davanti”. Nei momenti in cui i Pacers sembravano sul punto di cedere, lui ha rimesso benzina nel motore.
È stata una prestazione che racconta bene cosa significa giocare in NBA: reggere l’urto, rispondere ai parziali, trovare punti anche quando l’inerzia è contro.
Ajay Mitchell, la spalla che cambia la storia
In una partita dominata dai big, mi ha colpito l’impatto di Ajay Mitchell: 26 punti, 4 assist, 3 rimbalzi. Quelle serate in cui la “seconda voce” non è solo un contorno, ma una leva che sposta davvero l’equilibrio. Quando i Pacers stringevano le rotazioni e provavano a togliere ossigeno a Shai, Mitchell ha punito gli spazi con freddezza.
Il doppio overtime e gli errori che pesano
Nel double overtime è successo un po’ di tutto, e qui la partita si è decisa su dettagli molto concreti.
Momenti chiave, in ordine emotivo più che cronologico:
- Pareggio dei Pacers: Indiana ha trovato un canestro che ha rimesso tutto in bilico, attribuito nelle ricostruzioni a “Sakum”, con ogni probabilità un riferimento a Pascal Siakam. In quel frangente, sembrava l’inizio della rimonta definitiva.
- Tiri cruciali non convertiti: i Pacers hanno avuto occasioni pesanti, tra cui una tripla da fuori di Wiggins finita corta. Sul tiro sbagliato è arrivato un dettaglio doloroso, il rimbalzo offensivo di Luguentz Dort, che ha tolto a Indiana un possesso d’oro.
- Thunder più lucidi nel caos: Oklahoma City ha risposto capitalizzando con una tripla di Wiggins e con canestri di SGA, sfruttando anche palle perse e disattenzioni nate da un collasso difensivo nei pressi dell’area.
In un overtime, ogni errore sembra normale. Nel secondo overtime, lo stesso errore diventa una sentenza.
Numeri che raccontano la serata
Una sintesi veloce dei protagonisti, per fissare i riferimenti:
| Giocatore | Squadra | Punti | Note |
|---|---|---|---|
| Shai Gilgeous-Alexander | Thunder | 55 | Career high, 8 rimbalzi, 5 assist |
| Bennedict Mathurin | Pacers | 36 | 11 rimbalzi, 3 triple |
| Ajay Mitchell | Thunder | 26 | 4 assist, 3 rimbalzi |
Cosa resta dopo la sirena
Questa partita lascia una sensazione chiara: i Thunder hanno vinto perché, quando il match è diventato un labirinto, hanno avuto una guida (Shai) e una mano extra (Mitchell), oltre alla capacità di trasformare errori avversari in punti immediati. I Pacers, invece, hanno mostrato energia e talento, ma nel finale lungo hanno pagato una manciata di scelte e conclusioni che, a quel livello, pesano come macigni.
E se ti stai chiedendo “qual è stato l’highlight vero?”, la risposta è semplice: non un singolo canestro, ma la sequenza di minuti in cui la partita ha smesso di essere ordinata, e proprio lì Oklahoma City ha saputo restare in piedi.



